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“…mentre andavo ho ascoltato la tua musica, e con la musica ho capito che anche tu sei stato ragazzo come me, anche se adesso di anni ne sono passati e tu non assomigli più a un ragazzo, e che non te lo sei più scordato. E scommetto che le tue scemate le hai fatte pure tu e magari peggio delle mie!"

Ci resta subito simpatico Leon, il ragazzino protagonista che parte alla guida di un’auto di grossa cilindrata per andare a trovare la sorella Ewa lontano, nel paese che un giorno ha lasciato per raggiungere i genitori adottivi in Italia.
Scritto in prima persona, il racconto corre veloce come l’Audi del padre e nel buio della notte si infilano uno dietro l’altro chilometri e pensieri. E’ un viaggio per un paese lontano e per uno … vicino, la propria testa e i sentimenti più nascosti, e al termine Leon avrà chiaro che cosa conta davvero:

“penso che forse padre non è chi ti ha fatto nascere, no. Forse padre è chi ti veste, ti dà da mangiare, ti insegna a fare le cose, ti sta accanto. Sempre e comunque”
“Lo stereo continua a ripetere fortunate son. E io sorrido, pensando che forse lo sono davvero. Sono un figlio. E sono fortunato”

Perché leggerlo? Perché è una storia ben costruita, che si legge bene, con capitoli brevi e uno stile brillante e asciutto.

Angela, Biblioteca di Quarrata