Marzia Buonamici

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R: Rossovermiglio - Benedetta Cibrario

Torino 1928. La protagonista del romanzo, di cui non si sa il nome di battesimo, ha i contorni di un’eroina ottocentesca, bella, fragile, ancora imbavagliata dalle rigide etichette proprie, della sua classe sociale, l’aristocrazia piemontese, ed è spinta da una ribellione interiore che però non è abbastanza forte da contrastare radicalmente le scelte familiari sulla propria vita, fino a quando non gli crolla addosso la cappa del perbenismo aristocratico e l’offesa del marito con amante pubblica. Il romanzo ripercorre, con le difficoltà di memoria di una ottuagenaria (che permetteranno alcuni giochi narrativi come la sovrapposizione dei preparativi di due cene a distanza di quarant’anni), il suo percorso esistenziale che dalla adolescenza arriverà alla vecchiaia; quasi tutto il ‘900, dal Fascismo alla Seconda Guerra Mondiale al Dopoguerra e fino allo scoppiare delle mode che ancora oggi imperano, la Contessa vive questa età in bilico tra presente e passato, ma senza prendere parte minimamente agli eventi pubblici. Un infelice matrimonio combinato prima e un amore con un avventuriero dopo (che entra ed esce dalla sua vita e dal suo letto), sono la sua vita sentimentale. Da Torino alle colline del Chianti, in una tenuta vinta a carte dal padre, una fattoria abbandonata che diventerà la sua ragione di vita. Con l’aiuto della famiglia dei fattori, fino al giovane Dino, la trasformerà in una fiorente azienda vinicola che produrrà vini di grande qualità. Il finale è un po’ a sorpresa e lascia un senso di smarrimento, quando i sentimenti del cuore sono repressi esteriormente e la tempesta agita dall’interno abbattendo le certezze e le illusioni. I personaggi sono emblematici della classe aristocratica italiana, inadatta ormai a gestire i destini del paese (se mai lo è stata) e attenta solo a guardare la realtà dal loro “particolare”, educati come sono, senza passioni civili o politiche. Non è un libro per chi ama la velocità e l’azione. Lo stile richiede palati allenati. Non è eccelso ma nel complesso piacevole, nulla di particolarmente intellettuale, la trama si fa leggere "per vedere come va a finire". Niente di meno e niente di più.

Il cane di terracotta - Andrea Camilleri

Un luogo non comune, una grotta nascosta tra la vegetazione delle colline vicino a Vigata, coinvolge il Commissario Salvo Montalbano in questa duplice indagine. In un locale della Grotta, la squadra del Commissario trova armi, munizioni, divise della polizia, tutte in perfetto stato. Chi le ha nascoste in quel luogo e perché proprio lì? Probabilmente, servivano alla nuova mafia siciliana per stabilire i nuovi capi, il nuovo corso di Cosa Nostra in Sicilia. Tra intimidazioni, agguati e uccisioni, l’indagine procede tra mille pericoli per Montalbano e gli agenti di Polizia di Vigata. Ma, in un secondo locale della grotta, del tutto nascosto e inaspettato, vengono ritrovati i cadaveri, ormai scheletri, di due giovani, chiaramente uccisi a pistolettate. I due giovani, stesi l’uno accanto all’altra, composti come se dormissero sono vegliati da un cane di terracotta, quasi fosse una sepoltura rituale. Il delitto risale a molti anni prima, durante la seconda guerra mondiale, poco prima dello sbarco degli alleati. Montalbano, rimane affascinato da questo mistero e indaga, retrocedendo nel tempora i protagonisti sembrano tutti scomparsi e i cadaveri dicono poco. Però, l’ultimo attore di quell’antico dramma, risponde al richiamo del commissario da molto lontano nello spazio e nel tempo e sarà proprio lui a scrivere la parola fine a questa misteriosa storia di amore e di guerra.
Le indagini del Commissario Montalbano e dei suoi uomini sono conosciutissime grazie al successo ottenuto dalla serie televisiva.
In questa seconda indagine, intrigante nel racconto, ricca di atmosfere e suspence, mancano però nei protagonisti le peculiarità e le caratteristiche vitali che, con il proseguire della serie. si evidenzieranno in ognuno di loro, creando delle figure indimenticabili; dal mitico agente Catarella, dall’italiano vago quando non sconclusionato, al Vicecommissario Mimì Augello, “fimminaro”, fino all’Ispettore, preziosissimo ma maniaco della precisione, Fazio.
L’uso della mescolanza tra dialetto siciliano e italiano corrente, anche se crea qualche difficoltà per una lettura rapida, aiuta ad entrare nell’ambiente specifico.

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