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No logo
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Klein, Naomi

No logo

Milano : Baldini & Castoldi, 2001

Abstract: L'immagine è tutto. Anche troppo. Dopo anni, anzi decenni, passati a inseguire falsi bisogni (e vere etichette) le nuove generazioni stanno impadronendosi di una nuova consapevolezza: la vita è fatta di sostanza, non solo di apparenza. Anche perché dietro l'industria dei marchi e delle firme, si cela una società occidentale che non esita ad applicare, nei confronti del Terzo mondo, politiche di sfruttamento economico e individuale degne di un capitalismo orientato più all'Ottocento che al terzo millennio. Con questo libro Naomi Klein raccoglie, spiega e analizza le ragioni della nuova contestazione, fornendo allo stesso tempo una denuncia dettagliata delle contraddizioni della nuova economia globale.

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Leonardo Gai
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“Il logo, per la forza dell’onnipresenza, è divenuto la cosa che più si avvicina a un linguaggio internazionale, più riconosciuto e compreso in molti Paesi che non la lingua inglese.”
“Il titolo “No logo” non va letto letteralmente come uno slogan … è il tentativo di esprimere una posizione contraria alla politica delle multinazionali …: quante più persone verranno a conoscenza dei segreti della rete globale dei marchi e dei logo, tanto più la loro indignazione alimenterà il grande movimento politico che si sta formando …”
“Secondo il vecchio paradigma, il marketing consisteva soltanto nel vendere un prodotto. Nel nuovo modello, invece, il prodotto passa sempre in secondo piano rispetto al vero prodotto, ossia il marchio (logo)”
“Il mondo del marketing è costantemente alla ricerca di un nuovo zenit, …, con un sempre maggior numero di annunci pubblicitari e nuove formule aggressive per raggiungere i consumatori.”
“David Lubars dice che i consumatori sono come gli scarafaggi: dopo un po’ il solito insetticida non basta più, li devi spruzzare con roba più forte”
“Le agenzie pubblicitarie all’avanguardia non partono più dall’idea di vendere prodotti realizzati da altri, ma si considerano oggi dei veri e propri produttori di marchi, capaci di dar vita a ciò che conta davvero: un’idea, uno stile di vita, un atteggiamento. Questa nuova prospettiva, …, sta cambiando il volto stesso dell’occupazione globale.”
“In quest’ottica, le aziende non hanno nessun vantaggio a investire le proprie risorse limitate in fabbriche che hanno bisogno di manutenzione, macchinari che si corrodono, o in dipendenti che inesorabilmente invecchiano e muoiono. … Ecco perché molte aziende cercano oggi di bypassare la fase produttiva: invece di produrre direttamente gli articoli nei propri stabilimenti li acquistano da terzi…”
Inoltre questa rincorsa al profitto comporta un continuo peggioramento delle condizioni di lavoro nei Paesi produttori, che si trovano nelle zone più povere del mondo.
“Anche se appare sotto molti aspetti immorale paragonare la situazione dei commessi di un centro commerciale con le prevaricazioni e lo sfruttamento subiti dagli operai dei Paesi in via di sviluppo, si può comunque individuare una struttura operativa simile.”
L’idea di fondo è quella di mantenere il lavoratore in situazione di precarietà permanente, al fine di ridurne il relativo costo.
Quanto siamo lontani dal pensiero di Luigi Einaudi, magistralmente illustrato nelle sue “Lezioni di politica sociale”, che invito tutti a rileggere.

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